Scomodi “matti”: rinchiusi e dimenticati

Dopo aver letto l’articolo questa mattina, non ho potuto fare a meno di scrivere un post su questa situazione a dir poco vergognosa per non dire impronunciabile.

Su Repubblica.it l’articolo in questione è intitolato

Gli ergastoli bianchi dei matti criminali: centinaia di vite spezzate e dimenticate”

Leggendo il testo vengono riportati gli scandalosi risultati di un’indagine forniti dalla Commissione Parlamentare sull’Efficienza del Servizio Sanitario Nazionale: 389 detenuti su 1500 potrebbero essere dimessi subito dagli ospedali psichiatrici giuridici. E invece rimangono in queste strutture senza ben sapere se si persegue la cura o la pena di tali detenuti. Nel dubbio si continua a tenere rinchiuse persone tra cui un uomo che 25 anni fa si è vestito da donna, o un altro che è in carcere da 18 anni per una rapina di 7.000 £! Si può solo parlare di vite spezzate perché una reclusione di questo tipo non può portare ad altro. Non solo non si ha un obiettivo rieducativo per persone la cui vita è stata già profondamente segnata dallo stigma della malattia mentale, che anche se attribuito per un’azione occasionale, diventa etichetta quasi indelebile per molte persone. In più se la persona rimane per così tanti anni in un ospedale, il reinserimento nella società viene ulteriormente reso difficoltoso sia per la persona in questione che per i famigliari e amici che non ricordano quasi la persona da accogliere. Non è questo spezzare la vita di qualcuno senza dargli la possibilità di “aggiustare” le sorti?

Nel video sul sito del Corriere delle Sera si parla inoltre di “medicine che diventano camicie di forza invisibili” di questi detenuti. Non sono infatti sconosciuti gli effetti che gli psicofarmaci (sostanze stupefacenti psicotrope legali) hanno: garantiscono quella tranquillità ai pazienti che supera anche l’immagine metaforica della camicia di forza, perché più potente in quanto agli occhi non è visibile.

E uno dei drammi peggiori di questa vicenda è che molte regioni non hanno neanche richiesto i contributi stanziati dallo Stato per iniziative di reinserimento e recupero e i professionisti d’aiuto sono una rarità, rendendo ancora più difficile la possibilità di ritorno a una vita “normale” della persona. Le regioni che non si sono nemmeno degnate di presentare un progetto per ricevere fondi sono Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Provincia di Bolzano, Sicilia e Valle D’Aosta.

L’informazione è il primo piccolo passo per arginare questo degrado, ma ora dobbiamo reagire!

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