Le metafore degli innamorati

Quando si sentono le conversazioni di due innamorati capita spesso che nelle loro dichiarazioni emergano delle metafore.

Si usano direttamente al posto del nome del partner:

> Gioia

> Stella

> Tesoro

> Amore

> Cucciolo/a con varianti come Pulcino- Micino- …

> Orsacchiotto- Orsacchiottino

Sono tutte metafore che sottolineano il valore dell’altra persona, fino ad arrivare a personificare l’amato/a con l’Amore stesso. Le ultime metafore (Cuccicolo,Pulcino,…) richiamano più che altro tenerezza e bisogno di protezione che solitamente suscitano in noi questi animali.

Altre metafore si usano, senza far coincidere la persona con un oggetto o bene prezioso, anticipando con un verbo cosa rappresenta l’altra persona per sé:

> Sei un angelo

> Sei un amore

> Sei un dono dal cielo

> Sei un sogno

> Sei un tesoro


Barilla: la pasta degli italiani

“Dove c’è Barilla c’è casa”

Chi non ha mai sentito questa frase che la Barilla ripropone da anni in ogni sua pubblicità? Ormai l’associazione è spontanea per molti di noi e pensando a questa pasta ci viene in mente l’atmosfera domestica e rassicurante che viene trasmessa nei vari spot.

D’altra parte con una trovata del genere non avrebbe senso cambiare il motto e non c’è che fare i complimenti ai copywriter che con quelle poche parole sono stati in grado di riassumere un grande messaggio che Barilla voleva fare passare.

La metafora “Dove c’è Barilla c’è casa” significa infatti molte cose: non solo che il prodotto è sano e genuino come quelli di casa nostra, ma richiama anche la famiglia. L’accezione di casa che viene trasmessa ricorda il calore dei parenti attorno a una tavola apparecchiata e l’atmosfera allegra di questi ritrovi.

Barilla vuole fare associare queste idee anche a chi si trova solo a mangiare: la pasta scelta dalle famiglie dovrebbe essere preferita rispetto ai tristi prodotti monoporzione che si trovano sempre più spesso ai supermercati. Inoltre vuole essere un aggancio anche per gli italiani all’estero che acquisteranno Barilla per sentirsi più vicini a casa.

Anche in questo caso, come per lo spot della 500, le parole della pubblicità fanno leva sul cuore degli italiani e non su caratteristiche del prodotto, ma a giudicare dal successo avuto, la strategia funziona!

Scienza: cellula o meccanismo?

Ripercorrendo la storia della scienza, si può notare come il suo sviluppo non sia stato e non sia tuttora né lineare né coerente, bensì si possono individuare periodi di progresso abbastanza costanti, alternati da vere e proprie rivoluzioni che hanno cambiato il modo di fare scienza e a volte anche gli oggetti di studio della stessa.

Riprendendo il testo di Gian Piero Turchi (Dati senza numeri, Monduzzi Editore 2009) propongo due diverse metafore per descrivere la scienza:

–         Metabolismo cellulare: prendendo una metafora dalla biologia, si descrive lo sviluppo scientifico come un processo diacronico in costante e continuo cambiamento;

–         Meccanismo: pensando alla scienza come a un meccanismo, il suo sviluppo non è lineare, bensì può essere interrotto: si può interrompere o addirittura rompere.

Nel secondo caso la scienza viene vista come un oggetto ben definito che si può staccare dalla società e dalla cultura attraverso cui inevitabilmente si sviluppa. Questa è una concezione che non ha fondamento in quanto, nonostante la scienza abbia assunto numerose sfaccettature nel corso del tempo, nel suo sviluppo ha mantenuto alcuni aspetti di epoche precedenti, aggiungendone altri man mano ed eliminando ciò che oggi risulta superfluo e poco spendibile.

Ma questo fa tutto parte di una continua evoluzione che porta sempre lo stesso nome di scienza: non si possono distinguere scienze migliori o peggiori che sono comparse nel tempo, ma solo diversi stadi di una stessa evoluzione.

 

Le metafore di Alessio Boero per la Fiat 500

La pubblicità della Fiat 500 di qualche anno fa ha incantato numerosi spettatori con le calde e avvolgenti parole di Alessio Boero.

Solo pochi secondi per trasmettere un messaggio non propriamente attinente con macchine e motori, ma il cui scopo era quello di toccare il cuore degli italiani e far riconoscere come propria la nuova Fiat.

Ecco le parole di questo breve testo così incisivo con evidenziate tutte le metafore presenti:

“La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo. Il nostro tempo. Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste che poi vanno a definirci. Alcune sono più importanti di altre perché formano il nostro carattere. Ci insegnano la differenza tra ciò che giusto e ciò che è sbagliato, la differenza tra il bene e il male, cosa essere e cosa non essere, ci insegnano chi vogliamo diventare. In tutto questo alcune persone, alcune cose si legano a noi in modo spontaneo, inestricabile. Ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci, ci legittimano nell’essere autentici e veri e, se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia, si evolve, e allora appartengono a tutti noi e nessuno. La nuova Fiat appartiene a tutti noi.”


Il potere dello sguardo

Il post di oggi ha come protagonisti gli occhi: una parte fondamentale del nostro viso non solo perché ci permette di conoscere visivamente il mondo, ma anche per le emozioni che trasmettono. Lo sguardo è infatti uno degli elementi che teniamo costantemente sotto controllo in una conversazione e parte di quello che non esprimiamo con le parole lo trasmettiamo proprio attraverso gli occhi.

Vediamo alcune delle metafore che utilizziamo in questo campo:

Spogliare con gli occhi

Lo si dice quando si fissa insistentemente una persona e traspare in questo modo il desiderio che si nutre verso di lei. Il modo di dire richiama la voglia dell’interessato di vedere la persona senza abiti.

Mangiare con gli occhi

Guardare intensamente qualcosa, in genere pietanze, a cui non si ha accesso diretto, ma il desiderio è tale che nel fissare questi oggetti sembrano quasi consumarsi al solo sguardo.

Incenerire con lo sguardo

Quando una  persona fa o dice qualcosa che non avrebbe dovuto e non glielo si può comunicare apertamente perché in presenza di altri soggetti coinvolti, una possibilità di riprendere in maniera celata può essere quella di incenerire con lo sguardo: guardare in modo furioso l’altra persona in modo che capisca quello che vogliamo comunicarle anche senza bisogno di aprire bocca.

Catturare lo sguardo

Certe persone o certi oggetti che spiccano nel contesto in cui siamo in un dato momento, possono attirare la nostra attenzione e quest’immagine viene spesso descritta con la metafore di “catturare lo sguardo”.


Il Curriculum Vitae: la nostra storia raccontata a lavoro

Un buon modo per scrivere un curriculum vitae è di pensare di scrivere una storia, o meglio di raccontare la propria storia. La trama deve essere lineare e coerente e avere se stessi come protagonisti.

Per quanto riguarda la parte relativa agli studi, si devono quindi susseguire i vari titoli conseguiti partendo dalla scuola media superiore (essendo gli studi precedenti obbligatori non ha molto senso inserirli nel proprio CV) fino all’ultimo anno di istruzione. Stessa cosa vale per i corsi di aggiornamento, periodi di studio all’esterno, tirocini, stage o altre esperienze utili. Infine il tutto va completato con i propri interessi e hobby che possono essere un ottimo spunto di conversazione in sede di colloquio.

Quando si va a rileggere quanto scritto, il testo deve risultare di facile lettura e avere una certa sequenzialità logica.

Ovviamente nel proprio percorso ci possono essere delle svolte o dei cambi decisivi, sia negli studi che nel lavoro, ma questo non deve essere visto come una brusca interruzione della storia (continuando nella metafora), bensì se adeguatamente motivato e argomentato è generalmente apprezzato e valutato come simbolo di iniziativa e intraprendenza.

Un esercizio utile prima di affrontare un colloquio di lavoro può essere proprio quello di narrare a voce alta la propria storia, prendendo come spunto quanto scritto in modo schematico nel CV.  Ci si renderà subito conto se quanto si sta dicendo si può arricchire ulteriormente per dare un’immagine più completa di noi o se ci sono dei cambiamenti che possono apparire poco chiari ad un ascoltatore esterno e che quindi richiedono una capacità maggiore di argomentazione.

Sono piccoli accorgimenti, ma molto utili nel momento in cui ci si prepara a un colloquio di lavoro il cui esito dipende in buona parte anche da quanto siamo in grado di raccontare di noi.


La nostra testa: un contenitore particolare

Quando ci riferiamo alla testa usiamo spesso verbi o aggettivi che la trattano come fosse un contenitore o una scatola in cui riponiamo idee e pensieri. Tanto è vero che quando questi sono troppi si dice di avere la testa piena!

Vediamo ora alcuni modi di dire che utilizzano metafore di questo tipo:

 

Avere la testa affollata di pensieri

Quando stiamo vivendo situazioni problematiche sono molti gli aspetti che dobbiamo considerare e ci sembra che la testa sia completamente occupata da questi pensieri. La metafora “affollata” sottolinea l’accezione negativa: non si riesce a ragionare bene se ci sono tutti quei pensieri.

Avere le idee alla rinfusa nella testa/ Avere il caos nella testa

Si utilizza questa espressione quando siamo in stato confusionario e per rendere questa situazione usiamo l’immagine di idee che come oggetti sono sparsi per quel contenitore che è la nostra testa. Senza un minimo di ordine è difficile riuscire ad arrivare a qualche conclusione sensata ed è necessario sistemare il tutto.

Archiviare i pensieri

A volte ci sono dei pensieri che ci tormentano e sembrano non voler abbandonare la nostra mente: in questo caso si può desiderare di archiviare i pensieri così come si fa con dei vecchi documenti che non ci servono più, lasciando spazio ai nuovi.

Lasciare spazio ai nuovi pensieri

Considerando la testa come un contenitore, arrivati ad un certo punto colmeremo la capienza e ci sembrerà che ciò a cui pensiamo non lasci spazio a qualcosa di nuovo. In questo caso la soluzione sembra proprio quella di eliminare degli oggetti che occupano la mente per fare spazio ad altri che altrimenti non ci starebbero.


Malattia mentale: lo stigma che dura una vita

Nonostante i progressi della scienza in questi ultimi decenni, rimangono ancora molti dubbi sulla malattia mentale: primo tra tutti il decidere se è di competenza medica- psichiatrica occuparsene (e intervenire quindi con medicine) oppure se debbano prendersene cura psicologi, psicoterapeuti, educatori e altre figure di sostegno che portino al cambiamento della persona senza coinvolgere necessariamente la sanità.

In questa sede non discuterò ulteriormente della malattia mentale dalla prospettiva degli specialisti addetti, bensì di come questa si ripercuota con conseguenze indelebili sulla vita degli individui che sono stati definiti tali.

Spesso sentiamo dire che la malattia mentale è uno stigma e mai metafora fu più azzeccata: come un marchio non abbandona per tutta la vita la persona e questo comporta non poche difficoltà di reintegrazione.

Quando una persona compie un atto giudicato folle, si candida alla malattia mentale e a volte basta poco per cominciare un circolo vizioso che può terminare nei modi più tristi, tra cui gli ergastoli bianchi di cui avevamo già parlato.

Una volta che questa etichetta è stata attribuita, tutte le persone si comportano di conseguenza, trattando diversamente i portatori di questo stigma che sono riconoscibili agli occhi di tutti.

Visto che la malattia mentale è un tema così delicato e pensando allo stigma che questa comporta per chi ne è “affetto” e per i suoi famigliari, invito tutti a stare molto cauti a giudicare, cercando di vedere al di là della diagnosi e ricordandosi che di fronte si ha sempre una persona.


La parola: concessa e tolta come un oggetto

Non sempre siamo in situazioni in cui si può parlare liberamente: a volte dobbiamo seguire delle regole che impongono sia quando dobbiamo/possiamo parlare che quando non ci è concesso farlo.

È interessante notare come le metafore che utilizziamo per indicare lo scambio di battute siano verbi che solitamente utilizziamo per parlare di oggetti concreti, facendo pensare al linguaggio e alla produzione orale come a qualcosa di tangibile. Vediamone alcuni esempi:

 

Dare/concedere la parola

In discussioni formali può esserci una persona addetta a scegliere chi sarà il parlante successivo e in questo caso si dirà appunto che” la parola alla persona o gliela “concede, se si vuole sottolineare ulteriormente la disparità di ruoli e la posizione inferiore che ha la persona che vorrebbe parlare.

 

Togliere la parola

Così come la parola si concede, si può anche revocare: si toglie la parola quando si interrompe un discorso sovrapponendosi al parlante. Si può anche togliere il diritto di parola e in quel caso la persona non potrà più intervenire nel discorso da quel momento in poi.

 

Rubare la parola

Si ruba la parola quando si anticipa la persona che avrebbe diritto di parlare e le si impedisce quindi di esprimersi. La metafora ha un’accezione negativa poiché questa possibilità viene solitamente usata dalle persone per evitare che venga detto qualcosa di sconveniente nei loro confronti, giocando in maniera scorretta rispetto all’atro parlante.

 

Prendere la parola

Si prende la parola quando ci si auto candida come prossimi parlanti, anche se non è detto che sia legittimo il momento scelto.


Manovra: i disoccupati sfuggono alla stretta sugli stage

In questi giorni sta giungendo al termine la tanto discussa manovra e uno dei punti più caldi per giovani e lavoratori in mobilità è il provvedimento sugli stage e tirocini. La manovra prevede che il periodo di tirocinio massimo da svolgere post laurea sia di 6 mesi: una rivoluzione in alcune facoltà che prevedevano almeno un anno di tirocinio obbligatorio al termine, ma una novità  anche per i disoccupati che usufruivano di questa possibilità come speranza di assunzione futura.

Nell’articolo de Ilsole24ore, di Andrea Carli e Gabriele Fava, gli autori discutono di questi aggiornamenti definendo l’intervento una stretta: la metafora ha una connotazione decisamente negativa e fa chiaramente percepire il parere degli autori al riguardo.

Personalmente non condivido questa critica: se è vero che per disoccupati e lavoratori in mobilità il tirocinio è un’ottima possibilità di inserimento (ed è quindi sacrosanto il diritto che venga mantenuto per loro), per gli studenti diventa spesso un periodo di lavoro non retribuito, ampiamente sfruttato da aziende e organizzazioni.

Inoltre spesso al termine di questi tirocini non segue un assunzione, bensì l’entrata di un altro tirocinante: un continuo ricambio gratuito a favore di molti dirigenti.

Credo quindi che questo punto della manovra sia un’ottima soluzione da tenere presente nonostante le numerose e inevitabili critiche che può suscitare.