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Frasi per Natale 2015 con proverbi orientali

Trovare le parole giuste per augurare un buon Natale o un buon anno è un’operazione complicata se non si vuole ricorrere alle ‘classiche frasi’ con cui ci si scambia solitamente gli auguri. Così, se quest’anno vuoi scrivere in modo diverso alle persone che ti sono vicine, puoi scegliere di farti ispirare da proverbi cinesi e giapponesi, che attraverso immagini possono comunicare quello che vuoi augurare.

Il mondo orientale ci affascina con un modo di pensare non sempre vicino al nostro.

Il ramo troppo duro al vento si spezza. Quello troppo flessibile non starà mai ritto.

 

La paura di non essere all’altezza ci fa salire di un gradino.

 

Dopo la pioggia la terra si indurisce (dopo le avversità ci si rafforza).

Usa gli errori degli altri per raddrizzare il tuo percorso.

 

La necessità è la madre dell’invenzione.

 

Essendo stati punti da un serpente, si ha paura anche di una corda.

 

Se non entri nella tana della tigre non arrivi ai cuccioli

 

La goccia d’acqua del fiume non si chiede quanto sia utile la sua esistenza. Essa è il fiume.

 

I piccoli mali sono le sorgenti del nostro dolore. Gli uomini non inciampano nelle montagne ma sulle pietre.

 

Il gatto desidera i pesci, ma non vuol bagnarsi le zampe.

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.

 

La felicità è un raggio di sole che qualsiasi ombra nasconde, mentre le avversità sono le piogge di primavera.

 

Quando arriva il freddo inverno si notano gli alberi che non perdono le foglie.

 

 

Auguri di Natale 2013

Quest’anno per gli auguri di Natale ho pensato alla metafora del calendario: un oggetto tanto semplice ma che racchiude in poche pagine un anno intero. Quante cose possono succedere in quel tempo? Quante scelte giuste e quante sbagliate? E’ difficile immaginarlo ora. Ma pensando al calendario, questi sono alcuni dei miei auguri per te per il prossimo anno…

“Ti auguro di goderti ogni giorno. Se ti capita una giornata brutta pensa al calendario: accanto a quel giorno ce ne sono tantissimi altri. Forse uno è andato male, ma ce ne sono tantissimi altri per rimediare!”

 

“Spero che pensare al calendario ti sarà d’aiuto quando ti sembrerà di non avere tempo per fare tutto quello che vorresti: ti auguro di trovare ogni giorno le priorità giuste, dando spazio a quello che per te è “vita” oltre a tutto il resto.”

“Ti auguro di costruirti la vita guardando sempre al giorno successivo e usare il giorno passato solo come piccolo spunto. Perchè le grandi costruzioni si realizzano procedendo giorno per giorno ed è sempre un divenire, mai un retrocedere.”

 

Di metafore sul tempo ovviamente ce ne sono molte altre, ma è con queste che voglio farti i miei migliori auguri per Natale.

A presto!

 

Il signor G, poeta e cantante

Giorgio Gaber è da sempre uno dei miei musicisti preferiti. Uno di quelli che impari ad amare già da bambino, quando ne senti le note ma ancora non ne comprendi la potenza. Così finisci per continuare ad ascolatare le stesse note anche da grande, per affetto verso ritornelli conosciuti e per la familiarità di certi suoni. E ti accorgi che dentro quelle canzoni c’era un mondo che allora non vedevi e che oggi invece ti commuove.

In questo post riporto alcune delle frasi da me preferite tratte da canzoni del Signor G: non tutte conosciute magari, ma a mio parere incantevoli.

 

“C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.”

(C’è solo la strada – G. Gaber)

 

“..Dovrei andare a vivere in Svizzera. Ma non si è mai abbastanza coraggiosi da diventare vigliacchi definitivamente.”
G. Gaber – La paura

 

La sfioro teneramente
con due baci indiscreti
poi mi domando se sian baci
o inadeguatamente
i miei gesti consueti.

(L’abitudine – G. Gaber)

 

 

Quando sarò capace d’amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.

(Quando sarò capace d’amare – G. Gaber)

Il loro amore moriva
come quello di tutti
come una cosa normale e ricorrente
perché morire e far morire
è un’antica usanza
che suole avere la gente.

(Il dilemma, Gaber)

 

La libertà non è star sopra un albero,

non è neanche il volo di un moscone,

la libertà non è uno spazio libero,

liberà è partecipazione.

(La libertà – G. Gaber)

 

Se potessi mangiare un’idea,

avrei fatto la mia

rivoluzione.

(Un’idea – G. Gaber)

25 Aprile: poesie per gli italiani

In occasione del 25 Aprile, un articolo è dovuto: ho deciso di riportare due autorevoli voci (Buzzati e Bartoli) che parlano di questa data senza bisogno di aggiungere altro. Come sempre, in grassetto troverai le metafore: buona lettura!

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Aprile 1945

Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici

D. Buzzati

L’importante è non rompere lo stelo
della ginestra che protende
oltre la siepe dei giorni il suo fiore
C’é un fremito antico in noi
che credemmo nella voce del cuore
piantando alberi della libertà
sulle pietre arse e sulle croci
Oggi non osiamo alzare bandiere
alziamo solo stinti medaglieri
ricamati di timide stelle dorate
come il pudore delle primule:
noi che viviamo ancora di leggende
incise sulla pelle umiliata
dalla vigliaccheria degli immemori
Quando fummo nel sole
e la giovinezza fioriva
come il seme nella zolla
sfidammo cantando l’infinito
con un senso dell’Eterno
e con mani colme di storia
consapevoli del prezzo pagato
Sentivamo il domani sulle ferite
e un sogno impalpabile di pace
immenso come il profumo del pane
E sui monti che videro il nostro passo
colmo di lacrime e fatica
non resti dissecato
quel fiore che si nutrì di sangue
e di rugiada in un aprile stupendo
quando il mondo trattenne il respiro
davanti al vento della libertà
portato dai figli della Resistenza.

Testi di canzoni d’amore con metafore


Vorrei mi facessi un regalo
Un sogno inespresso
Donarmelo adesso
Di quelli che non so aprire
Di fronte ad altra gente
Perché il regalo più grande
È solo nostro per sempre

(Tiziano Ferro – Il regalo più grande)

Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro

(Jovanotti – A te)

L’amore non segue le logiche
Ti toglie il respiro e la sete.


(Marco Mengoni – L’essenziale)

Oltre questa nebbia
Oltre il temporale
C’è una notte lunga e limpida

(Gianna Nannini – Sei nell’anima)

La solitudine è sporca e ti divora,

la solitudine è suono che si sente senza te!

(Biagio Antonacci – Non vivo più senza te)

Ma io vivo nel ricordo che
Sgomitando si fa spazio in me
Di un amore che purtroppo non sei te

(Laura Bono – Non credo nei miracoli)

Non so dove trovarti, non so come cercarti
ma sento una voce che, nel vento parla di te

(Lara Fabian – Adagio)

Elezioni 2013: titoli dei giornali di oggi

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Come promesso, ecco l’articolo sulle metafore nei titoli dei giornali di oggi. Molti titoli che accennavano vittorie per un soffio non li ho riportati, lasciando il posto a quelli più incisivi: buona lettura!

 

Il sole 24 ore:

Bersani si aggiudica la Camera al fotofinish.

L’unità:
Senato paralisi.

 

Il Giornale:

Miracolo Berlusconi.

Grillo vola e smacchia Bersani.

Gli italiani arrestano Ingroia e Di Pietro.

 

Il Piccolo:

Italia spaccata in tre.

metafore

Avvenire:

Stallo al Senato.

 

Il Manifesto:

Scacco Matto.

 

Il Fatto Quotidiano:

Grillo boom batte tutti e li spinge all’ammucchiata.

 

Libero:

Il leone Silvio sbrana il Giaguaro.

 

Europa:

Grillo mangia tutti.

MF:

L’Italia perde le elezioni.

 

Il Mattino di Padova:

Grillo sfonda, Governo rebus.

 

Cosa ne pensate? Esiti delle elezioni a parte!

 

Le metafore utilizzate da Svevo nel narrare di Zeno

 Questo articolo è interamente dedicato all’opera di Svevo: “La coscienza di Zeno”: Una storia di un uomo, arricchita da mille sfumature e riflessioni che l’autore non manca di lasciare in ogni pagina, facendo sì che oltre ad avvenimenti e disavventure, non solo ci si affezioni al personaggio, ma si seguano con lui riflessioni sulla vita e sulla morte. Questi, insieme alla malattia, sono temi che accompagnano l’intero racconto, affievolendosi o sviluppandosi a seconda del momento che Zeno sta vivendo. Di seguito ho riportato alcune frasi e stralci presi dall’opera che contengono metafore e che mi hanno particolarmente colpito. Alcune sono ironiche, altre malinconiche e disincantate:

 zeno opera

 

Chissà se l’amo?”È Un dubbio che mi accompagnò per tutta la vita e oggidì posso pensare che l’amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.

 

Quella fiducia di avermi addomesticato definitivamente con quel solo bacio che mi aveva concesso, mi dispiacque enormemente: una donna che pensa così è molto pericolosa.


 

Veramente astuto, ma anche veramente uno scimunito. Era pieno di accortezze che non servivano ad altro che ad ungere il piano inclinato sul quale scivolava sempre più in giù.

 

Ci eravamo poi rivisti qualche volta, e ricordo che la differenza del nostro destino aveva costituito nei nostri rapporti una mia superiorità.

 

(…) una calvizia quasi generale interrotta da un’oasi di capelli neri e fitti alla nuca e un’altra alle tempie.

 

Invece poi scopersi che quell’ironia gli era stata stampata in faccia da madre natura bizzarra. Le sue piccole mascelle non combaciavano esattamente e fra di esse, da una parte della bocca, era rimasto un buco nel quale abitava stereotipata la sua ironia. Forse per conformarsi alla maschera da cui non sapeva liberarsi che quando sbadigliava, egli amava deridere il prossimo.


 

Non era affatto uno sciocco e lanciava delle frecciate velenose, ma di preferenza agli assenti.

 

Quando viene esposto il commesibile, vi accorrono da tutte le parti i parassiti e, se mancano, s’affrettano di nascere. Presto la preda basta appena, e subito dopo non basta più perchè la natura non fa calcoli, ma esperienze. Quando non basta più, ecco che i consumatori devono diminuire a forza di morte preceduta dal dolore e così l’equilibrio, per un istante, viene ristabilito. Perchè lagnarsi? Eppure tutti si lagnano. Quelli che non hanno avuto niente dalla preda muoiono gridando all’ingiustizia e quelli che ne hanno avuto parte trovano che avrebbero avuto diritto ad avere una parte maggiore. Perchè non muoiono e non vivono tacendo? E’ invece simpatica la gioia di chi ha saputo conquistarsi una parte esuberante del commestibile e si manifesti pure al sole in mezzo agli applausi. L’unico grido ammissibile è quello del trionfatore.

 


E’ così che a forza di correr dietro a quelle immagini, io le raggiunsi. Ora so di averle inventate. Ma inventare è una creazione, non già una menzogna.

 

La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e usi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure.

 

svevo belle frasiE tu hai letto ques’opera? Cosa ne pensi dello stile di Svevo?

 

Ricordi, rughe e insulti ai salutisti: come inziare il 2013

Il primo post del 2013 è dedicato al buon umore e la Littizzetto si è rilevata un’ottima candidata! Le metafore che riporto sono tratte dal suo libro “Sola come una gamba di sedano” (Mondadori, 2001) che è stato uno dei sui più clamorosi successi su carta. Nei mini capitoli che comopongono il libro (al massimo di due facciate) sono raccontate scene e riflessioni quotidiane con una trasparenza e ironia che oltre a farti sorridere, ti avvicinano alla scrittrice le cui lamentele sono a volte un triste sfogo.

A partire dall’ostinato rifiuto verso salutisti e sportivi:

“Poi ci sono quelli che proprio non capisco. Questi qui, dico, che ci hanno la fissa delle cose naturali. Questi adoratori del genuino, questi sacerdoti del viver sano, questi rigidi caporali dal fisico sull’attenti… ma su! Già siamo nati per soffrire, vogliamo aggiungere ancora fiammelle ai nostri roventi inferni personali?”

littizzetto frasi

Per passare all’invettiva contro le rughe:

“La rughetta è un flagello. E come tutti i flagelli arriva. Indesiderata. Subdola.”

E parlare di come affiorano i ricordi:

“Esistono nella vita due tipi di nostalgie. Quelle invernali e quelle estive. Le prime sono le più appiccicose, tengono caldo come trapunte, si insinuano intorno alle feste di Natale portate dalla Tramontana o dalla pioggia che cade di stravento. Quelle estive invece sono più lievi. Impercettibili, ti solleticano il cuore e vivono nei profumi, nei suoni, nei sapori di passati più che mai presenti.”

E per finere (ma solo per oggi!), una descrizione del rapporto tra la donna e la tecnologia:

“Si sa. Il computer, quello, è maschio. Certo, ti fa arrabbiare, a volte si inchioda, è testardo, ma c’è di buono che al momento giusto lui sa diventare un altro, in un attimo è grande grande grande e le tue pene non le ricordi più. La stampante no. Lei è femmina e, quindi, per definizione bisbetica. Funziona soltanto quando lo decide lei. Inutile tormentarla: aumenta i capricci. Io a volte le parolo e le dico: “Dai, Canny (si chiama Canon, ma preferisce il diminutivo), siamo tra donne, dimmi cosa c’è che non va… parla, confidati….”. Niente. Teme solo l’abbandono. Se faccio finta di andarmene via sbattendo la porta si turba. Gorgoglia, mi strizza l’occhiolino del led luminoso e poi mi butta i fogli addosso come leggere carezze. Queste femmine!”

Vauro: lasciamo il 2012 con metafore dalla satira

Si avvicina il 2013 e ai buoni propositi per il nuovo anno si accompagnano i tristi ricordi di quello appena passato. Inevitabilmente quando si tirano le somme, oltre ai pro troviamo anche i contro, quelli che vorremmo rimanessero chiusi in quel 2012 che sta per andarsene, quelli che vorremmo diventassero passato sia nel calendario che nella nostra vita.

E visto che parte della vita è la politica, questo post lo dedichiamo proprio a lei: riportiamo alcune metafore tratte dalla satira di Vauro che passa al setaccio l’intero anno, non lasciandosi sfuggire niente. “Sciacalli” è il tagliente libro composto da vignette e brevi riflessioni che riguardano pricipalmente la politica, ma non solo. A introdurlo ci pensa un ironico Marco Travaglio che accompagna la descrizione del testo a quella del suo autore.

Qui, i due stralci che più mi hanno colpito e che, ovviamente, contengono metafore:

Un buon sapore, quello dei diritti, come quello delle marmellate fatte in casa dalla nonna. Sapori antichi che non si trovano più. Al ricordo gli stavano per salire agli occhi lacrime di nostalgia.”

frasi con metafore satira critica politica

Ed essere vivi significa avere voglie e desideri, essere curiosi e interessati, pronti al riso come al pianto, godere nello scambiarsi idee e nello scoprirne di nuove, non dare niente per scontato, nemmeno la morte. Insomma, tutte quelle cose che noi cosidetti sani abbiamo troppo spesso perso, o non abbiamo mai avuto. Sempre così impegnati a sbatterci di qua e di là, come la pallina del flipper all’ingresso del reparto, storditi da suoni e rumori e luci artificiali. Convinti come idioti che noi non finiremo mai in buca.