Le metafore nel marketing

Di tanto in tanto è bene ricordare quante siano le metafore che utilizziamo ogni giorno nello scritto e nel parlato e non c’è niente di meglio che un esempio concreto per farlo. A questo proposito riporto uno stralcio di testo riguardante il marketing, evidenziando in grassetto le espressioni che contengono metafore:

Dare vita a un’attività richiede una progettazione accurata e prolungata nel tempo: solo un vero e proprio piano di marketing peremette di far fiorire il proprio lavoro senza che venagano compiuti sforzi vani.

A volte infatti i servizi non sono conosciuti anche se ottimi perchè non sono stati in grado di ritagliarsi un posto nel mercato o semplicemente di arrivare agli occhi o alle orecchie dei clienti.

Un buon modo per affacciarsi sul mercato è comparire per soddisfare un bisogno che si è individuato in alcune persone: specialmente se siete stati i primi a riconoscerlo, potrete contare su un bacino di utenza abbastanza ampio.

Non è necessario che il bisogno sia condiviso da migliaia di persone, spesso è più utile che sia di nicchia: se nessuno aveva mai pensato a un target particolare, questo sarà molto riconoscente nel momento in cui troverà finalmente una risposta alle proprie esigenze.

Bisogna però fare i conti con i concorrenti, sempre sul piede di guerra contendendosi preziosi potenziali clienti rimasti ancora all’oscuro dell’offerta.

Per un’azienda è quindi fondamentale fare emergere il vantaggio concreto che può fornire ai suoi utenti, differenziandosi dalle altre e portando così la persona a scegliere il servizio. …”

Come avrai visto le metafore utilizzate sono davvero molte (nonostante il contenuto del testo non sia poetico o letterario!) e il loro utilizzo rende piacevole la lettura di argomenti anche molto tecnici e specifici.


Pensare a se stessi come a un’azienda

Essere imprenditori di se stessi, sapersi gestire e vendere bene: sono tutte frasi che oggi consigliano comportamenti adeguati per sopravvivere nel mondo del lavoro.

In metafora si utilizzano termini e verbi che riguardano tipicamente le organizzazioni per parlare della nuova figura del lavoratore, in grado di intagliarsi un posto nel nuovo mercato.

I contratti sempre più brevi e instabili hanno provocato delle rivoluzioni per i lavoratori che possono scegliere due strade principalmente:

  • rimanere schiacciati dai continui cambiamenti continuando a ostentare il desiderio di un posto fisso, ormai anacronistico, e passando a lamentarsi i tempi tra un’assunzione e l’altra invece che darsi da fare per cercare qualcosa di meglio rispetto a prima;
  • lanciarsi nel mercato non solo adattandosi ai nuovi contratti, ma anticipandoli: l’azienda vuole un contratto di un anno? Benissimo, l’anno prossimo potrò sfruttare l’esperienza per fare qualcosa di più stuzzicante. Mi propongono solo un part-time? Meglio, avrò tempo per dedicarmi ad altri lavoretti che non ho mai avuto tempo di fare e che da soli non mi permettono un vero stipendio.

Ovviamente le due possibilità sopra descritte sono estremizzate e non è facile vivere questa situazione, soprattutto perché siamo ancora in una fase di assestamento e risentiamo dei disguidi della scossa che c’è stata.

Ma l’unico modo per non subire passivamente i cambiamenti è non perdere la speranza e rimboccarsi le maniche continuando a cercare, a inviare curriculum, a stanare ogni volta qualcosa di meglio che maggiormente si adatta a noi.

Tutto quello che una buona azienda deve fare per poter non solo sopravvivere nel mercato, ma riscuotere anche guadagni e successo: deve continuare a svilupparsi, ad aggiornarsi, cercare sbocchi nuovi e dotarsi sempre degli strumenti migliori. Una sfida che ha mietuto molte vittime anche in campo aziendale, ma che ha permesso ugualmente la nascita o la crescita di giganti che riescono ad adattarsi anche a tempi morti utilizzandoli per investimenti in formazione e ricerca che frutteranno appena la domanda crescerà o che hanno permesso già nel presente di rimanere sulla soglia dell’autonomia economica.

Quindi? Diamoci da fare e in bocca al lupo a tutti voi imprenditori!


Le metafore nella formazione

Che i formatori utilizzino le metafore nel loro lavoro non è un a novità: concetti astratti e complessi possono essere spiegati in modo semplice e chiaro durante corsi rivolti a svariate persone in cui il tempo per dedicarsi ad ognuna è sempre poco ed è necessario utilizzare un linguaggio comprensibile e utile a tutti.

Ma anche tra formatori si parla per metafore e uno dei detti maggiormente utilizzati quando si progetta un corso, per sottolineare come oltre all’intervento e le azioni formative siano fondamentali anche i partecipanti, è il seguente:

“Anche se è vero che si può insegnare anche ai tacchini ad arrampicarsi sugli alberi, se si prendono degli scoiattoli si fa molto prima!

Il riferimento in questo caso è all’attività di selezione a cui non si può rimediare sempre tramite la formazione.
Alcuni formatori infatti lamentano imprecisi reclutamenti che comportano poi ripercussioni nell’attività lavorativa, che non sempre sono colmabili con la formazione.
Una critica ai colleghi selezionatori, che da qualcuno viene però intesa come un modo per scaricare agli altri la responsabilità della non riuscita del corso formativo…


Prendere le metafore alla lettera

Alessandro Bergonzoni, comico, attore, scrittore, maestro della lingua italiana capace di giocare con le parole e con le frasi come fossero argilla, ha una rubrica sul Venerdì di La Repubblica da cui ho tratto spunto per il post di oggi.

L’articolo comincia con uno scambio di battute tra la paziente e il dottore:

“Dottore, mi aiuti: il mio uomo mi ha appena piantata.”

“E lei ricresca altrove. L’avesse abbandonata sarebbe un male ma piantata significa che può rigermogliare e crescere altrove.”

Bergonzoni amplia la metafora che ha fatto utilizzare alla paziente: non fermandosi solo sugli aspetti negativi, ma facendole notare, con piacevoli esagerazioni, le conseguenze positive che avrà l’essere stata piantata.

Prosegue infatti con:

“Noi siamo piante non solo pianti, la vita è un giardino, un ortogonale, abbiamo lati di crescita infiniti (…)”

Niente disperazione quindi, ma speranza e fiducia: così come una pianta, può rinascere e generare nuovi frutti anche una persona lasciata dal proprio uomo può regalare ancora molto e non abbandonarsi alla tristezza del momento.

Invito tutti coloro che hanno sorriso alla lettura di questo post ad approfondire la conoscenza di questo autore, forse ancora troppo poco noto per la sua bravura e che riesce con ironia e scioltezza a mascherare monologhi impegnati e impegnativi.

 

 

La pubblicità che apre le porte..

Ariston produce elettrodomestici da tempo ed è oggi una marca molto conosciuta. Oltre a prodotti durevoli nel tempo e degni di fiducia da parte delle famiglie, un altro obiettivo per la ditta è essere all’avanguardia con proposte tecnologicamente avanzate.

Su queste basi la pubblicità della nuova gamma di frigoriferi combinati Hotpoint- Ariston viene presentata da questa frase:

Apri le porte alle alte prestazioni”

Aprire le porte significa essere pronti ad accogliere, essere ben predisposti a fare entrare qualcosa di nuovo e sconosciuto (che era stato lasciato fuori dalla porta appunto) che solitamente porta vantaggio alla persona che la riceve.

L’uso di questa metafora permette alla pubblicità di responsabilizzare il soggetto (Apri) a essere lui a permettere a questa nuova tecnologia di entrargli in casa, altrimenti sarà lui stesso colpevole della sua “privazione”.

La concorrenza è molta, ma le grandi prestazioni promesse sono un’attrattiva positiva e la frase è strutturata in modo che se il potenziale cliente decide di non comprare uno di questi nuovi frigoriferi, allora sceglie di rinunciare a questa possibilità in più.

Tanti piccoli dettagli per assicurarsi una persuasione… dalle alte prestazioni.

Diverse concezioni di azienda: organismo vivente o meccanismo?

Parlare di azienda in termini generici non è sufficiente quando il sostantivo viene utilizzato dagli addetti ai lavori interni ed esterni all’organizzazione.

Sia i dipendenti, infatti, che consulenti del lavoro, formatori che lavorano per essa devono avere una teoria sull’azienda che permetta di rapportarsi con essa e di operare in base a quanto questa teoria prevede.

Si possono distinguere due metafore solitamente utilizzate per descrivere il modello dell’organizzazione adottato che hanno delle implicazioni in termini operativi completamente diverse:

  • Meccanismo: in questa accezione si pensa all’azienda come a un ingranaggio che produce in modo lineare e standardizzato (come un macchinario appunto) un prodotto o un servizio. I dipendenti si collocano all’interno di questo meccanismo e ricoprono un ruolo prestabilito, mentre l’ambiente in cui l’azienda si inserisce è considerato ininfluente sul funzionamento interno: ovunque il “meccanismo” si collochi ha gli stessi risultati. A livello di gestione e implementazione del lavoro si agisce solo sui processi interni e laddove si verifica un problema, si va a cercare il guasto all’interno del meccanismo, per poterlo riparare.
  • Organismo vivente: in questo caso l’azienda vive in sinergia con l’ambiente esterno in cui si colloca e che ne influenza inevitabilmente il funzionamento e le strategie. L’organismo vivente indirizza le proprie prestazioni in funzione delle esigenze esterne e non focalizzandosi solo sull’intento puro di sopravvivenza (sulla produzione quindi). Ad esempio per un uomo è molto diverso cercare di nutrirsi in centro a Milano o al Polo Nord, ma l’obiettivo di rimanere vivo c’è in ogni caso. Altro aspetto importante di questa concezione è la possibilità di tramandare il patrimonio dell’azienda da una generazione all’altra così come si tramanda negli organismi viventi il corredo genetico: questo permette di imparare dalla storia precedente e non ripartire ogni volta da zero, incorrendo negli stessi vecchi errori.

 

Metafore in filosofia: anche la riflessione si può impigliare

Premetto di non essere grande esperta di filosofia, ma tra le letture estive programmate quest’anno, spuntano anche un paio di testi di carattere filosofico.

Ho da poco cominciato “L’idea della fenomenologia” di Husserl e già nelle prime righe sono emerse molte metafore. In particolare vi riporto lo stralcio in cui l’autore descrive la difficoltà di conoscere le cose che osserviamo e che ci circondano:

“Gli imbarazzi in cui si impiglia la riflessione sulla possibilità di una conoscenza che colga le cose stesse…”.

Il problema che inquadra principalmente Husserl è l’esigenza di una scienza che abbia per oggetto l’essenza stessa della conoscenza, ma che proceda col metodo e rigore tipico del ragionamento scientifico e non, come invece spesso è accaduto, utilizzando il nostro modo di percepire, confondendo le leggi della scienza con quelle del nostro pensiero.

La metafora utilizzata dall’autore (Gli imbarazzi in cui si impiglia la riflessione) sta proprio a sottolineare come l’utilizzo di un atteggiamento naturale verso le cose va incontro sicuramente a contraddizioni e lacune (imbarazzi) che non consentono lo svolgersi naturale della riflessione, compromettendola se non addirittura bloccandola.

Il testo prosegue snocciolando uno a uno i problemi implicati nel processo di conoscenza e di scienza, sempre perseguendo l’obiettivo husserliano del rigore e definizione di criteri di validità oggettiva del discorso filosofico.

L’autore ha cercato di essere il più chiaro possibile per permettere la comprensione dei ragionamenti ai suoi allievi (sono testi scritti per lezioni universitarie) e con un po’ di pazienza risulta comprensibile anche ai profani come me: per chi ha voglia quindi di impegnarsi un pochettino, lo consiglio come lettura utile per ampliare lo sguardo sul mondo.

Metafore stradali

Quando si parla di scelte di professione, di famiglia, di studi o comunque di aspetti importanti della propria vita, si utilizzano spesso metafore stradali. Si parla di via, di tragitto, di cammino per rappresentare le scelte fatte dalla persona che solitamente hanno una durata prolungata nel tempo. Ad esempio:

 

Tornare sui propri passi/ Riprendere il proprio cammino

E’ un’espressione utilizzata per indicare che qualcuno è tornato alla condizione precedente al cambiamento, solitamente per impossibilità di proseguire o per delusioni subite che hanno scoraggiato la continuazione.

 

Seguire la via maestra

Si dice quando la persona sceglie la strada principale, la più sicura quindi, evitando di perdersi in vie secondarie che potrebbero distogliere dalla meta.

 

Trovare il proprio cammino

Chi trova il proprio cammino ha generalmente trovato un lavoro, un’attività, oppure una fede dopo aver cercato a lungo e sperimentato altre condizioni che si sono rivelate insoddisfacenti.

 

Trovarsi di fronte a un bivio

Si trova di fronte a un bivio chi a un certo punto è obbligato a scegliere tra possibilità (in metafora le strade) molto diverse, tanto che i percorsi sono indipendenti e il viaggio che segue si prospetta completamente differente. Solitamente si usa quest’espressione quando la persona percepisce la scelta come difficile.

 

Scegliere una meta/ Cambiare meta

La meta diventa in metafora un obiettivo, un traguardo da raggiungere. Una persona può scegliere una meta da raggiungere oppure può decidere di sostituire quella che si era prefissata per via di ostacoli imprevisti lungo il percorso.

 

Intraprendere un percorso di studi

La metafora della strada si ritrova anche nelle scelte di studi, sia di scuola media superiore che universitari (non ci si riferisce alle scuole dell’obbligo, perché in queste non è prevista la scelta): intraprendere un percorso di studi significa iniziare un corso dalla durata di diversi anni che impegnerà la persona e ne occuperà gran parte della giornata. In questo senso si parla di percorso proprio per la strutturazione che comporta nella vita della persona e per le conseguenze in termini di sbocchi finali (la fine del percorso appunto).

Le intemperie che attanagliano i mercati

Decisamente non un bel periodo questo per l’economia, non solo europea ma anche mondiale. Ad un’iniziale ripresa timida ma fiduciosa si sta ora opponendo un calo e un’instabilità che preoccupa diversi Paesi. In particolare l’Italia risente di questo andamento, visto che già prima di parlare di crisi, la situazione economica del Paese non era decisamente rosea.

 

Nella prima pagina di Repubblica di ieri, un articolo di Ezio Mauro faceva una panoramica di questa situazione utilizzando una serie di metafore di intemperie e catastrofi per descrivere la gravità.

Il titolo annunciava un Terremoto nei mercati: così come un terremoto sembra infatti che una scossa negativa abbia coinvolto tutte le borse, portando le conseguenze negative che ha questo fenomeno che, seppur breve, in grado di distruzioni micidiali.

L’articolo prosegue con “siamo dentro una tempesta finanziaria che investe tutto il mondo”: per ora niente possibilità di fuga per nessuno quindi, visto che interessa l’intero pianeta. La speranza è che abbia la stessa breve durata di una tempesta, anche se comporterà comunque dei danni.

Infine viene toccata in particolare la nostra situazione: siamo noi (l’Italia n.d.r.) a essere nell’occhio del ciclone”. Come anticipato l’Italia sembra appunto la più offesa tra la Nazioni, più che altro per via dell’incapacità attuale di reagire con riforme rapide e che portino a veri e propri cambiamenti. In più rimane rallentata dal già preoccupante debito pubblico e da quell’insana tendenza a rimandare decisioni importanti per raggiungere gli standard europei richiesti da tempo.

Anche i software hanno un cuore

La febbre delle App di Appele sta mietendo moltissime vittime, tanto che anche a casa mia ho trovato nel cesto dei giornali un corso di programmazione per iPhone, iPad e Mac, nonostante non abbia nessuno di questi tre oggetti! Più per curiosità che per interesse  ho cominciato a sfogliare le pagine.

Il corso insegna a programmare applicazioni e questo necessita, oltre che di idee brillanti, anche di una certa conoscenza di informatica e degli algoritmi. Questo punto può ovviamente spaventare i lettori che potrebbero decidere di non comprare le successive edizioni.

Per convincere le persone che la programmazione non è né troppo macchinosa, né impossibile, nella parte teorica più impegnativa del fascicolo gli autori hanno utilizzato una serie di metafore e accorgimenti per cercare di far superare questo primo blocco e trattenere i lettori.

Le intenzioni del paragrafo sono preannunciate dal titolo “L’algoritmo, il cuore di ogni software”: oltre ad indicare la parte centrale, fondamentale al funzionamento, questa metafora avvicina il mondo della tecnologia al funzionamento del corpo umano, conosciuto a tutti. Per trasmettere lo stesso significato gli autori avrebbero potuto definire l’algoritmo come il motore di ogni software, ma in questo caso si sarebbe rimasti in una logica meccanica troppo fredda.

Il testo continua parlando per prima cose degli ostacoli più evidenti “conoscenza del linguaggio informatico” e “affrontare meccanismi non intuitivi” poi seguiti da rassicurazioni che permettano di superarli. Il linguaggio è infatti una serie di simboli condivisi dai parlanti che può rivelarsi una barriera alla comunicazione laddove non siano noti a entrambi. La seguente metafora, affrontare, sottolinea come un po’ di fatica nell’applicarsi dovranno farla, ma il verbo promette un esito positivo.

Si prosegue poi con un “lungi dall’essere fredda,…, la programmazione è creatività pura: l’idea di trasformare in metafora un procedimento soggetto a logica ferrea in un’arte, permette di attrarre tutti quei lettori che hanno acquistato il primo numero più perché si sentono inventori di idee che per effettiva capacità a programmare e non sono pochi!

Gli autori giocano un po’ in tutto il fascicolo ad alleggerire argomenti complessi, grazie anche all’aiuto di una grafica chiara ed esplicativa (a volte anche troppo!), chissà se riusciranno nell’intento di catturare potenziali programmatori per l’intera durata del corso (ben 40 fascicoli!!)!