Nuovi tovaglioli o nuove abitudini?

Per modificare le abitudini dei consumatori, i pubblicitari si devono dare molto da fare. Ad esempio la Foxy propone dei tovaglioli di carta “Gran Tavola” che si presentano più eleganti dei tovaglioli a cui si è abituati a pensare. La metafora dello slogan svela questa idea:

A tavola fiorisce la nuova eleganza

La metafora fiorisce viene ripresa dall’immagine della pubblicità che presenta 3 tovaglioli con ricami diversi da cui sono stati ricavati tre fiori bianchi su sfondo nero (già il colore richiama l’idea dell’eleganza).

Quello che si propone la Foxy è un obiettivo dalla grande ambizione: riuscire a cambiare le scelte dei consumatori abituati a ricorrere all’uso di tovaglioli di carta per pasti frugali o informali e portare a comprarli, al posto di quelli di tela, in occasioni più importanti, in cui si hanno ospiti per esempio.

Nello slogan si parla di nuova eleganza proprio per cercare di introdurre un nuovo elemento sulle tavole degli italiani che sia in linea con l’idea di tavola ben apparecchiata.

Proseguendo nel testo della pubblicità si legge anche morbidi come la stoffa: si cerca di far associare al prodotto una caratteristica che hanno quelli tradizionali appunto.

Questo è solo un piccolo spunto per avere un’idea della complessità di una pubblicità che solo superficialmente si propone di vendere il prodotto. La maggior parte delle volte il tutto è inserito in un ampio piano di marketing che prevede obiettivi tra loro molto diversi e che possono andare dall’informare semplicemente dell’esistenza di qualcosa a obiettivi più ambizioni come quelli di questa pubblicità, che propone appunto un cambiamento di abitudini.


Baricco racconta l’Iliade

Baricco in Omero, Iliade si è lanciato nell’impresa di riscrivere l’Iliade in uno stile moderno e con termini più familiari e scorrevoli per i giorni nostri.

Senza dubbio una bellissima idea che ha permesso ai pigri come me di accedere a un testo altrimenti astruso e che richiede una lettura molto approfondita e paziente, supportata da note a piè pagina e riferimenti in coda al testo.

In particolare, nel capitolo in cui narra l’incontro tra gli Achei e i Troiani, mi è piaciuta molto una metafora utilizzata dall’autore per descrivere la tensione nel momento in cui i rappresentanti di entrambi gli eserciti si sono trovati a discutere una possibile soluzione di pace:

Non avevo mai visto la pace così vicina. Allora mi voltai e cercai Nestore, il vecchio e saggio Nestore. Volevo guardarlo negli occhi. E nei suoi occhi vedere morire la guerra, e l’arroganza di chi la vuole, e la follia di chi la combatte.

Gli anziani all’epoca avevano grande influenza e Tersite (narratore in quel momento) guarda gli occhi del vecchio Nestore proprio per capire dall’espressione se davvero l’astio fra le due parti si sarebbe potuto risolvere in un duello tra Menelao e Paride, evitando una cruenta battaglia tra eserciti.

Ma la storia ci insegna che andò diversamente e il duello venne presto interrotto dalla fuga di Paride che scatenò con questo atto codardo una guerra ancora più aspra.

Idealisti, realisti o generativi?

Le metafore che si utilizzano quando si fa formazione sono davvero molte e oggi ne riporto un’altra tratta da un lavoro di Bruscaglioni (Per una formazione vitalizzante, Franco Angeli 2005), autore di cui vi avevo già parlato.

Bruscaglioni è conosciuto per l’approccio Empowerment Oriented che ha sviluppato e che (detto in parole molto povere) ha la funzioni di rimobilitare l’energia desiderante delle persone. Si cerca di ricordare loro quanto sia importante seguire e ascoltare i desideri.

È un approccio che può essere considerato a una prima letta come utopistico e difficilmente realizzabile, ma l’autore distingue utopia da desiderio generativo per screditare questa sentenza e lo illustra con un’eloquente storia metaforica di cui vi riporto il riassunto:

Su un prato verde ci sono un gruppo di idealisti che pensano e parlano solo di cose belle, che sono belli e si sentono belli. Parlano di grandi invenzioni, di innovazioni, di come la società dovrebbe essere e di sentimenti nobili. Ma questo gruppo non riesce mai a realizzare qualcosa di concreto in nessun campo, tante volte non riesce nemmeno a proporlo.

Questa situazione a lungo andare li inquieta, fino a farli decidere di spostarsi in una zona, non troppo distante, dove oltre al prato ci sono anche alberi e frutti. Ma per arrivare là dove si genera e crea sono costretti ad attraversare un fiume fetido: oltre che ad essere sporco, sporca le persone che lo attraversano.

Gli idealisti si comportano a questo punto in tre modi diversi:

  1. alcuni se ne vanno dopo una breve immersione: non si fanno quindi contaminare rimanendo idealisti belli ma non generativi;
  2. alcuni cercano di attraversarlo ma vengono travolti dalla corrente e rimangono nel fiume: diventano cinici e criticano i sogni di gioventù e vedono contaminati anche i sentimenti teoricamente più nobili delle persone;
  3. il terzo gruppo, aiutandosi, è riuscito ad arrivare dall’altra parte e diventa generativo: mantiene parte dell’idealismo da cui è partito, ma smussato dalla realtà e da un poco di cinismo.

Sono tre scelte che non facciamo fatica a ricondurre alla vita reale e soprattutto al passaggio da adolescenti ad adulti. Ovviamente le terza possibilità è quella più auspicabile e fruttuosa che dovrebbe essere scelta.

E voi, cosa ne dite? Vi sembra rispecchiare bene gli atteggiamenti delle persone questa metafora?

 

 


Come si arriva a banalizzare le metafore

Se ignoriamo molte delle metafore che udiamo, leggiamo e pronunciamo ogni giorno, è per via di una separazione netta che tendiamo a utilizzare nel linguaggio: tra quello formale, solitamente scritto od orale (in situazioni particolari), e quello informale. In questo modo si pensa che certe sfumature nel parlato siano proprie solo dei grandi autori e oratori.

In realtà il linguaggio quotidiano, sebbene sia più spiccio e sintetico di quello formale, è ugualmente ricco di aggettivi ed espressioni cariche di colori che movimentano il discorso.

Basti pensare al dialetto: alcuni modi di dire o proverbi sembrano essere più incisivi nella forma dialettale che nella traduzione italiana. Questo appunto perchè ci sono delle espressioni particolari per ogni situazione che permettono di potenziare al massimo il significato di ciò che stiamo dicendo.

Ma seguendo la logica distorta di cui ho parlato in principio, a scuola le metafore ci vengono insegnate come divise in due grandi categorie:

  • quelle che troviamo nei classici e nelle poesie: figure retoriche tanto belle, ma altrettanto improbabili da utilizzare nel quotidiano;
  • esempi tratti dal quotidiano, scelti tra i più evidenti, ma anche meno frequenti: “Sei un mostro”, “Luca è un fulmine”, “Giada è un’acquila” (solo per ricordare alcuni tra gli esempi che piacciono tanto ai libri di grammatica);

Vedendo queste come possibilità di applicazione delle metafore, è logico dedurre che non utilizziamo quasi mai queste espressioni. Tuttavia è bene andare oltre le apparenze e scoprire che il parlato è trapuntato da metafore e ne è ampia conferma questo blog! =)


Le metafore del cuore

Proseguendo con le metafore che utilizziamo nei modi di dire, oggi parliamo di quelle che vengono dal cuore…

Cuore spezzato

Si ha il cuore spezzato quando si è ricevuta una delusione d’amore o se l’amore non è corrisposto.

 

Cuore infranto

Similmente alla metafora sopra, si dice di avere il cuore infranto quando si è subita una dolorosa perdita amorosa o un tradimento.

 

Riempire il cuore di gioia

Solitamente sono i piccoli gesti o le belle notizie che hanno il potere di riempire il cuore di gioia: rendono cioè pieni di allegria e felicità.


Ricevere un duro colpo al cuore

Un rifiuto o un affronto da qualcuno a cui teniamo particolarmente può dare molto dispiacere e per descriverlo si parla di colpo al cuore.

Avere un cuore grande/ buono/ arido

Alcuni aggettivi possono accompagnare il sostantivo cuore per descrivere particolari caratteristiche della persona: molto generosa, premurosa oppure, nel caso dell’aggettivo arido, poco affettuosa e poco propensa a stabilire relazioni con gli altri.

Non avere cuore di..

Quando non si ha cuore di fare qualcosa è perché non si vuole che un’altra persona subisca le conseguenze o soffra a causa di questa nostra azione. Ad esempio se bisogna comunicare una brutta notizia, ma non si è ancora riusciti a farlo, possiamo dire: “Non ho avuto cuore di dirglielo”.

Essere senza cuore

Quando una persona è senza cuore significa che è spietata o crudele: nella metafora si sottolinea come per la mancanza di questo organo non può provare sentimenti positivi (normalmente attribuiti al cuore).

 


I parassiti dello Stato

Ultimamente sugli schermi televisivi sono comparse alcune pubblicità che richiamano all’ordine gli italiani per una questione non proprio nuova: l’evasione fiscale.

Se ne è parlato come di una piaga per il Paese, una ferita, una vergogna e di lotta per combatterla se ne è fatta molta, ma ancora ci conviviamo.

Gli ultimi spot cercano di riscuotere gli italiani utilizzando la metafora dei parassiti per descrivere gli evasori, con uno schiaffo morale forse non troppo forte, ma comunque efficace.

Pensare a un parassita suscita infatti ribrezzo e fastidio perché oltre a doverlo alimentare controvoglia, porta anche conseguenze dannose all’organismo che lo ospita.

Una persona che vive sulle spalle di qualcun altro non è mai simpatica, nemmeno se si tratta di un amico o un partente. E la pubblicità denuncia migliaia di sconosciuti che vivono sulle nostre spalle e quindi il disturbo che dovrebbero suscitare è ancora maggiore.

Spero sinceramente (anche se con molti dubbi) che questo spot colpisca almeno parte dei bersagli a cui è destinato per interrompere una situazione sempre più pesante da sopportare e che non ci mette in buona luce di fronte agli altri Paesi, in cui questo problema è quasi inesistente.

 

 


Caparezza: la guerra solo con le metafore

Nell’ultimo album di Caparezza Il mio sogno eretico il cantante si diverte come sempre a trovare doppi sensi e giochi di parole con cui incantare i fan, dando mostra di cultura e ricercatezza con numerose citazioni di libri, film, cronaca e molto altro.

Nel brano Follie preferenziali mi hanno colpito la serie di metafore che Caparezza ha scelto in ambito di guerra.

Il cantante racconta che si rifiuta di arruolarsi e preferisce utilizzare i verbi che si riferiscono al conflitto in altro modo:

Non vengo con te nel deserto, scusami se diserto ma preferisco…

Io preferisco ammazzare il tempo,

preferisco sparare cazzate,

preferisco fare esplodere una moda,

preferisco morire d’amore,

preferisco caricare la sveglia,
preferisco puntare alla roulette,

preferisco il fuoco di un obiettivo,

preferisco che tu rimanga vivo.

In meno di una strofa abbiamo un esempio esauriente di come normalmente utilizziamo metafore di guerra (e di morte) per descrivere quel che facciamo.

D’ora in poi provate a prestare attenzione mentre qualcun altro sta parlando e divertitevi a individuare queste metafore.. vi stupirete della frequenza e probabilmente se lo farete notare all’interlocutore, si renderà conto solo in quel momento!

 


Il colloquio di lavoro: scontro, confronto, tranello, sfida?

Oggi essere preparati ad affrotare colloqui di lavoro è fondamentale vista la flessibilità dei contratti e la necessità di avere anche due o tre impieghi contemporanei. Il modo di porsi quando ci si prepara a sostenerlo può essere però completamente diverso.

In un vecchio inserto di “Il sole 24ore” (Job24, Il colloquio di lavoro, 2007) l’introduzione al colloquio di lavoro viene proposta in questo modo: ponendo di fronte all’alternativa di vederlo come scontro, confronto, tranello o sfida. Tutte metafore che hanno implicazioni molto diverse sul come agire di conseguenza per preparare al meglio il colloquio.

In linea di massima l’incontro dovrebbe servire sia al candidato che al selezionatore per conoscere le possibilità di entrambe le parti e i guadagni che avrebbero da una possibile collaborazione. La scelta di un nuovo dipendente è cruciale e non basta sfogliare il curriculum per verificarne la compatibilità con l’azienda. Molto si gioca durante il dialogo stesso che si instaura durante la selezione e l’abilità di “vendersi bene” è una delle tecniche che l’inserto del quotidiano vuole trasmettere al lettore.

Vediamo ora come le metafore utilizzate in principio mettono in guardia sulle varie configurazioni che può assumere la situazione:

  • può essere percepito come uno scontro quando sia candidato che selezionatore sono ben barricati dietro alle rispettive convinzioni e invece di aprirsi al dialogo che permetterebbe di valutare l’interesse reciproco, si sfidano cercando di lasciare l’altro senza parole, dimostrando la propria abilità. È superfluo dire che un colloquio di questo tipo non solo non persegue gli obiettivi previsti, ma risulterà infruttuoso per entrambe le parti e l’azienda pagherà anche in termini di immagine visto che un cattivo colloquio diventerà pubblicità negativa;
  • può essere inteso come un confronto e può essere positivo se ha carattere pacifico: entrambe le parti mostrano le proprie caratteristiche permettendo all’altro di valutarle;
  • si può pensare anche come un tranello: in questo caso il candidato starà sulle difensive e difficilmente sarà colloborativo nel colloquio. Le risposte possono quindi essere distorte in funzione di ipotesi su imbrogli tesi dal selezionatore. Alcune domande che vengono rivolte servono effettivamente a verificare la veridicità di quanto detto dal candidato, ma è inutile dire come mentire a questi piccoli tranelli non giova certo al potenziale dipendente;
  • infine il manuale ricorda che può essere inteso come una sfida: anche questa metafora non è profiqua da utilizzare per entrambe le parti visti i risvolti negativi che può avere e per via del fatto che non permette la negoziazione dei contenuti del colloquio e collaborazione tra partecipanti.

Oltre di un’ottima preparazione quindi, per affrontare un colloquio di lavoro c’è anche bisogno di riflettere un momento sul significato che ha per noi quel momento e cercare di trasformarlo nel caso la nostra visione sia negativa e controproducente quindi per gli esiti sperati.


Gaber inveisce sulla cancrena italiana

Io se fossi Dio” è forse la canzone più critica e rabbiosa di Gaber, comparsa nel 1980 ma rimasta censurata per anni visti i contenuti scottanti. Uno sfogo contro tutti, una denuncia tagliante come solo chi è stanco di tacere può fare. In particolare i bersagli del Signor G sono i politici responsabili di troppe vergogne e troppi pochi onori per la nostra patria. Vuole tornare a ricordare Aldo Moro per quel che di miserevole aveva fatto in vita e che era stato cancellato dopo l’assassinio da un’onda di perdono, come spesso accade coi morti. E così Gaber esprime il suo parere sul politico in questo modo:

Io se fossi Dio,  

quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,

c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire

che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana

è il responsabile maggiore di vent’anni di cancrena italiana.

 

L’accusa della cancrena a un intero Stato è una metafora che non lascia dubbi sulla colpevolezza dell’imputato e sulla gravità della colpa di cui si è macchiato.

Anche in questo caso la metafora utilizzata vale più di mille parole che Gaber avrebbe potuto scegliere per descrivere ciò che è stato fatto in ventanni di politica e la sua posizione a riguardo risulta estremamente chiara. Ancora una volta si comprende la forza di questa figura retorica capace di far provare sulla propria pelle il pensiero altrimenti astratto di un’altra persona.

 

 


Facebook “miccia di esplosive rivolte”: condannati a 4 anni per pagina fb

E’ successo a Londra, a seguito dei numerosi scontri che hanno animato le notti degli scorsi giorni, incitati anche dai social network che si sono rivelati un conduttore immediato e perfetto per diffondere a macchia d’olio i dettagli per organizzare la violenza.

Proprio con l’accusa di avere sostenuto questi scontri su una pagina Facebook intitolata “Smash down in Northwich Town”, sono stati arrestati con una condanna di 4 anni due ragazzi: Jordan Blackshawn e Perry Sutcliffe-Keenan, rispettivamente di 21 e 22 anni.

L’accusa è di avere offerto l’appoggio per un punto di aggregazione utile ai protagonisti della rivolta ed è quindi un favoreggiamento di non poco conto. Dall’altra parte avvocati e famiglie rimangono allibiti di fronte a questa sentenza e dichiarano la volontà di fare ricorso in appello per questa pena giudicata sproporzionata.

A loro difesa si parla di una pagina nata per scherzo, creata su un social network adibito allo svago e non ad organizzare la criminalità.

Ma il giudice non sembra sentire ragioni, rimanendo fermo nella sua decisione che spera funga da deterrente per disincentivare ulteriori azioni.

Il caso ha aperto aspre discussioni in cui si schierano da una parte coloro che ritengono eccessiva la pena che può diventare solo un esempio negativo della giustizia inglese; dall’altra si schiera chi è stato coinvolto o che ha subito le conseguenze di questi scontri e che crede giusto punire anche chi ha sostenuto dal web queste barbare iniziative, ma si aggiungono anche coloro che temono il potere dei social network per organizzare future sommosse.

I social network non sono più quindi da considerare innoqui passatempi, bar virtuali o nuove piazze in cui le persone si trovano a parlare: come ogni luogo di scambio vedono passare accanto a superficiali chiaccherate anche impegnative questioni sia positive che negative, i cui risvolti concreti si sono già visti (purtroppo in questo caso!).

Una dura questione quindi. E voi che ne pensate? Sentenza giusta o impropria?